“Nel Medioevo l’appello per la prima crociata e la conquista della Terra santa fu accompagnato dal grido “Deus vult!”, Dio lo vuole. […] Ci sono oggi un sacco di crociate politiche che spesso sono implicitamente accompagnate dal grido “Mercatus vult!”, il mercato lo vuole. Ma chi invoca la volontà del mercato sa veramente cosa vuole il mercato? Probabilmente no. […] La verità è che quando parlano di quello che vuole il mercato, stanno semplicemente cercando di costringerci a fare quello che vogliono loro.”

Paul Krugman

E’ molto preoccupante l’assenza, in Italia ed in Europa, di un dibattito consistente sul mercato “libero” che ormai auto-regola la nostra economia e il mercato del lavoro.

Dal crollo del muro di Berlino, la sinistra ex-comunista europea (e forse mondiale) non è riuscita ad elaborare una propria versione del mercato libero e del mondo del lavoro. Non solo i suoi rappresentanti, ma anche molti suoi elettori e militanti sono rimasti smarriti e senza una guida ideologica: il liberismo ed i principi del capitalismo erano prima criticati a prescindere, mentre oggi pare che la chimera chiamata “mercato” debba essere libera di cibarsi come e quando vuole, e chi ne vuole limitare il raggio d’azione è tacciato di essere radicale ma soprattutto “fuori moda”, vecchio e stupido come chi vorrebbe mettere un gettone nell’Iphone.

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Depressione negli Stati Uniti d’America, Margaret Bourke White

In Italia la logica del mercato è stata abbracciata dalla sinistra negli anni 90′ e 00′ in maniera tesa e apparentemente riluttante (forse per prevedibili rimostranze dell’elettorato) con i governi D’Alema e Prodi, che hanno realizzato liberalizzazioni e privatizzazioni e hanno introdotto il “lavoro flessibile”. Mancava però una precisa visione strategica e valoriale: le riforme economiche non tendevano verso un concreto modello politico e sociale. Non si è vista l’ombra di strategie di ampio respiro e col tempo la spinta ideologica per ingabbiare il leviatano di nome mercato si è esaurita.

Da allora i tempi sono cambiati, soprattutto con l’avvento di Matteo Renzi alla guida del PD. L’ala dei “liberisti di sinistra” (definizione curiosa e quasi ossimorica) ha preso il sopravvento, scagliandosi contro le vecchie bandiere ancora issate della sinistra “tradizionale”: l’articolo 18, i diritti dei lavoratori, la lotta al precariato. Se gli ex-comunisti non hanno saputo elaborare una loro versione del capitalismo, i neo esponenti del centro-sinistra italiano hanno deciso di sposare il modello caro al centrodestra, mettendo le aziende e gli imprenditori al centro ed i lavoratori in secondo piano.

Quello che personalmente mi preoccupa, come dicevo, è l’assenza di un vero dibattito di carattere politico sull’economia. I sindacati, con Landini e Camusso , difendono con nuova aggressività il lavoro ed i lavoratori; ma la loro è una guerra di “posizione”, senza una spinta propositiva e riformatrice che avvicinerebbe al movimento sindacale anche i disoccupati ed i giovani. Dall’altra parte della barricata invece si dice “ce lo chiede l’Europa” o “ce lo chiedono i mercati”, in maniera tale da non prendere le responsabilità politiche delle scelte ma semplicemente constatare che è così che va il mondo, punto e basta.

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Coda di disoccupati per gli aiuti alimentari, 1929 (USA)

L’invocazione dei mercati è ancora più vigliacca a livello europeo. A Italia, Spagna e Grecia sono state imposte, nel nome dei “mercati” famelici di austerità, pesanti riforme economiche e cambi di governo che hanno danneggiato i più deboli e umiliato gli elettori. Per questo in molti hanno rivolto con speranza e rancore lo sguardo verso i partiti anti-europeisti (e spesso razzisti) di Salvini, Le Pen, Iglesias (Podemos), Grillo e Farage (UKIP).

C’è bisogno di un dibattito onesto fra le parti politiche, per il bene e il futuro della nostra società. A livello di politica industriale ma soprattutto di mercato del lavoro, che oggi viaggia a due velocità: chi è stato assunto molti anni fa a tempo indeterminato e senza esperienza può contare su uno stipendio fisso e sui tutti i diritti mentre chi rincorre contratti “a tempo” ha un curriculum grasso, un conto in banca magro e pochissime tutele legali.

Si vuole puntare sulla flessibilità basando il sistema delle assunzioni su stage, tirocini e contratti a tempo? Allora si deve affrontare il problema dei diritti non garantiti a questi particolari lavoratori e del fatto che molte aziende sottopaghino stagisti altamente qualificati. Il problema degli stagisti non è solo europeo: negli USA vengono usati come “forza lavoro” bruta, lavorando gratuitamente a fronte di un “arricchimento” professionale che spesso non c’è (difficile arricchirsi portando caffé e facendo fotocopie). Fino a che alcuni stagisti hanno fatto causa contro le aziende, vincendo: da qui alcuni stati hanno introdotto uno stipendio minimo e alcune aziende si sono offerte di garantirlo anche se non obbligate. La stessa UE offre alcuni stage non retribuiti, ed in alcuni bandi si trova come requisito che “lo stagista dovrà disporre di cerca 1000-1500 € al mese per pagarsi vitto e alloggio”. Se non si dispone di tale cifra, meglio rinunciare.

Se è probabilmente vero che “i tempi sono cambiati”, e che quindi non è più proficuo per le aziende offrire contratti “per la vita”, c’è anche da ricordarsi che è grazie a questa solidità economica che la società europea è prosperata e che le famiglie hanno avuto modo di comprare una casa e mandare i propri figli all’università.

I tempi cambiano…se il mercato vuole.

Andrea Pecoraro