Non è stato di certo lo stadio più bello, ma certamente quello con più carattere. È stato ampliato sette volte, acquisendo forme strane e irregolari, che lo hanno reso ancor meno bello ma più umano. Lo stadio ha servito egregiamente l’Athletic e i suoi tifosi. Ha visto epoche d’oro e momenti drammatici. […] Nato modestamente, muore come La Catedral del calcio.

( Santiago Segurola )

 

Quando un’impianto sportivo viene chiamato La Catedral si crea una dolcissima commistione tra sacro e profano. Le partite di calcio che vi si svolgeranno non saranno più solo episodi di una saga sportiva ma “messe” laiche in cui si ritualizza un credo.

Saranno momenti di profonda San_Mames_Athletic_Club._Bilbao_Bizkaia_Euskal_Herria.sacralità in cui il tutto verrà ammantato da un’aurea mistica. Se a questo, già sufficiente magma emotivo, aggiungiamo che la struttura liturgica in questione si trova in terra basca abbiamo le basi per un racconto fatto di cavalieri senza macchia che affrontano ogni due settimane la loro Roncisvalle.

Per ricordare al mondo intero che nei Paesi Baschi si può entrare con l’idea di imporre il dominio, il problema risulta sempre uscirne integri.

Un tempo il piano era prettamente fisico, ne sa qualcosa Orlando, ora più interiore.

Anche se poi una partita di calcio non è altro che una guerra mascherata da un pallone e con un giudice che viene odiato un po’ da tutti.

I colori dei nostri cavalieri sono il bianco e il rosso.

Per onestà premetto che non so come mai la scelta ricadde su questo bi-cromatismo.

Per un infantilismo tutto personale mi sono immaginato che siano stati avvicinati per creare uno specifico messaggio. Il rosso è il colore usato per indicare pericolo ma indica anche passione e di conseguenza calore, calore di un popolo, pericolo se si decidesse di imporre da ospiti poco graditi qualcosa a questo popolo. Il bianco è simbolo invece di candore, rappresenta la purezza e i nobili sentimenti.

Ecco i baschi me li immagino così, passionali e puri.

Parlano una lingua isolata da tutto ciò che la circonda.

Un lascito di ciò che c’era prima dell’avvento indoeuropeo.

Eruditi del linguaggio hanno riscontrato un dieci per cento di concordanze linguistiche con i dialetti berberi del Nord Africa e circa un sei per cento con lingue caucasiche settentrionali.

Al di là dell’origine o forse proprio per la nebulosità che ammanta i suoni che usano per comunicare i baschi sono molto fieri della loro lingua.

Non è un caso che Euskal Herria, tradotto banalmente Paese Basco, significhi, in realtà, Paese della lingua basca. La sottile differenza ha una portata di significato enorme, perché il basco si riconosce nella sua lingua, prima che in un territorio specifico.

Va da sé che per essere baschi, per la comunità basca, non basta essere nati in Euskal Herria ma bisogna abbracciarne i modi, la mentalità.

Quindi parlare il basco.

Ovviamente con la globalizzazione del mondo risulta sempre più difficile attuare una politica culturale di questo tipo. La dimostrazione di quanto detto la si trova guardando in casa Athletic Club Bilbao, nella squadra bilbaina non può giocarci chiunque.

Nel 2010 la dirigenza fece un sondaggio tra i tifosi chiedendo loro come la pensassero sull’eventualità di tesserare giocatori stranieri, ricordo che con stranieri si intendono anche castigliani, andalusi e galiziani. Non ci poteva essere risposta più chiara, il novantaquattro per cento rispose no a questa possibilità. Un secondo sondaggio poneva la questione oriundi, cioè stranieri con origini basche.

In questo caso c’è stata un timida apertura, il cinquantadue per cento ha detto si, ma solo se oriundi di prima generazione. Nel senso che baschi devono essere i genitori o al massimo i nonni, non come spesso accade in Italia un lontano avo scappato, per fame e miseria, dalla sua terra natia.

Per vestire la camiseta Rojoblanca in realtà c’è un terzo modo, può bastare aver fatto la trafila nelle giovanili di questo piccolo granello di mondo e al contrario se un basco si macchiasse dell’onta di aver giocato, anche da bambino, in una squadra non del suo popolo non potrebbe giocare nell’Athletic Club. Vogliono formarti in tutto e per tutto, il rito di iniziazione ha bisogno di un lungo apprendistato.

Non vogliono che si sporchi la loro maglietta che fino al 2008 era una delle ultime immacolate, senza sponsor, e quando per restare al passo con i tempi hanno dovuto offenderla, macchiandola, hanno scelto in casa loro. Lo sponsor tecnico è Petronor la compagnia petrolifera basca, scempio si ma scempio basco. Si potrà decidere di non provare un piacere interiore di fronte a tutto questo, si potrà scegliere di seguire il credo della vittoria sopra ad ogni cosa.

Allora si potrà tifare Manchester City, Chelsea o le altre squadre a cui è stata comprata l’anima dallo sceicco di turno o dal magnate russo del momento. Però anche solo una flebile simpatia per questi moderni Don Chisciotte non si può non avvertire, ancora vogliosi di scontrarsi con mulini a vento, dure pale macchine figlie della globalizzazione di questa nostra miserevole terra.

Vi lascio con un dato, la squadra di Bilbao è l’unica, insieme a Real Madrid e Barcellona, a non essere mai retrocessa in segunda divisiòn. La stessa meta si può raggiungere con i soldi oppure si può scegliere la via tortuosa e impervia dell’appartenenza a qualcosa che va oltre il concetto di vittoria o sconfitta, di bello o brutto, santo o profano. Ai Baschi basta essere riconosciuti differenti, figli di un mondo che non c’è più. Come in una saga fantasy, loro sono gli elfi che dovranno accettare l’avvento della razza umana. Prima o poi dovranno cedere il passo ma fino a quel momento ci accoglieranno con una dolcissima arroganza. Giungete le mani e recitate una preghiera per questo mondo e questo calcio non più a misura d’uomo, tranne che nella terra dove si parla la lingua basca.

Gure Aita, zeruetan zarena:

santu izan bedi zure Izena,

etor bedi zure erreinua,

egin bedi zure nahia,

zeruan bezala lurrean ere.

Emaguzu gaur

egun honetako ogia;

barkatu gure zorrak,

guk ere gure zordunei

barkatzen diegunez gero;

eta ez gu tentaldira eraman,

baina atera gaitzazu gaitzetik.

Il Padre Nostro in basco.

 

Giulio Achille Mignini