“La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.”

Bertolt Brecht.

Avevo pensato di non scrivere nulla su quanto successo a Parigi, non perché non ne abbia sofferto o non sia interessato, quanto piuttosto perché sono rimasto in silenzio di fronte alle continue stragi perpetrate nel tempo in ogni luogo. Ma nella società mediatica in cui viviamo è stato impossibile ignorare e rimanere immobile di fronte all’incredibile mole di pensieri espressi.
bianiIo sono il primo a pregare per tutte le persone che venerdì notte hanno perso la vita e credo che in ogni atto di solidarietà e compassione non ci sia che del buono; non critico la bandiera francese nelle immagini del profilo di Facebook o l‘esprimere il proprio dolore. Ed è naturale che la vicinanza geografica e il nostro essere europei contribuisca ad aumentare la risonanza degli eventi e il senso di angoscia e disperazione di fronte a tutto questo.

Ma non sono riuscito a restare in silenzio di fronte a tutte quelle voci che reclamavano guerra e vendetta quali strumenti di lotta al terrorismo; nel vedere elevata la Fallaci a profeta di verità e giustizia senza riflettere sul fatto che non è la religione la responsabile, e non può essere l‘odio la soluzione; davanti all’indignazione che si manifesta solo quando qualcosa cade nel proprio giardino, ennesima dimostrazione di egocentrismo occidentale. Ciechi ignari di come sia potuto succedere a noi, portatori nel mondo di civiltà, libertà e democrazia. Che poi forse non è neanche giusto prendersela con le persone vittime di una continua campagna politica e mediatica e figlie di una società interessata ad alimentare paura e violenza.

Comunque, come diceva Terzani, non si tratta di giustificare ma di capire, e per farlo basterebbe esercitare un sempre più raro senso critico. Nessuno nega che le vittime di terrorismo siano innocenti senza colpa, nessuno nega che sia un atto di guerra ed è proprio questo il punto: è in atto una guerra, lo è da anni, forse lo è da sempre, e i suoi morti non sono mai colpevoli.
L’occidente libero e civile da sempre conquista, schiavizza, stermina popoli; ha deciso chi dovesse governare in Medio Oriente e per quanto dovesse farlo. Ha investito in armi, ha creato militari adesso pronti a combatterlo, ha alimentato la povertà e disgregato società. Si erge a padrone del mondo, si prende ciò che vuole con la forza, bombarda città, rade al suolo scuole e ospedali, ammazza innocenti da noi chiamati danni collaterali. Innocenti con amici e parenti, esattamente come noi.
Perché non dobbiamo dimenticare che siamo tutti uguali, e la vita di un siriano o di uno straniero qualsiasi vale quanto la nostra.
Il loro diritto a vivere una vita libera dal terrore, libera dalla violenza, vale quanto il nostro.

Ecco, Parigi, nel dolore, poteva essere l’occasione per ricordarci questo, per ricordarci ciò che altri vivono quotidianamente, per ricordarci che i valori di fraternità, libertà ed eguaglianza che professiamo dovrebbero valere per tutti.

E se veramente vogliamo combattere il terrorismo dobbiamo capirlo: nasce dalla povertà, dalle peacediseguaglianze, dalla fame, da società (compresa la nostra) incapaci di offrire alcunché che permetta alle persone di trovare una propria identità, uno spazio nelquale poter sviluppare sé stessi.

Io speravo in questo, di vedere uomini uniti in nome della pace, di veder chiedere la fine di tutto questo e di politiche volte ad appagare superficiali esigenze economiche.
Ma forse siamo fatti così, forse è solo la paura che possa succedere a noi a smuoverci. O forse semplicemente viviamo in un mondo che fin da piccoli ci costringe a discriminare, a distinguere fra buoni e cattivi, vinti e vincitori, giusto e sbagliato, e non che la realtà è qualcosa di complesso, e che una medaglia ha sempre due volti.
Ma “se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri – diceva Don Milani – allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.

Insomma tutto questo per dire che ciò che veramente mi ha irritato è stato un hashtag sbagliato.

#prayforpeace (e non solo per Parigi).

Filippo Biagioni