Quando ci si abitua al bello non si riesce a tornare alla normalità, al consueto.
Il sublime ci vizia e il vizio piace e affascina.
Ci fu una riunione di tutti i palloni della storia del calcio.
Chi si vantava di essere stato toccato da Maradona, chi diceva di essere stato spedito in rete da Pelé.
Chi si agitava per far sapere che aveva avuto a che fare con Cruijff, chi con Di Stefano.
C’era il pallone di Sir Stanley Matthews.

Quello di Messi tronfio non parlava, decantava le lodi dell’argentino.
Quello di C.Ronaldo litigava con il pallone della Pulce su chi fosse il giocatore più forte.
Insomma al conclave dei palloni c’erano tutti, nessuno escluso.
Ogni grande giocatore era rappresentato in quest’adunanza dalla sua sfera.
In un angolo c’era una palla zitta che sorrideva sorniona.pallone-da-calcio,-stadio-166486
Si godeva quella baruffa senza batter ciglio.
Ad un certo punto tutte le altre sfere di cuoio si voltarono infastidite da quei risolini.
E cercarono di capire cosa ci fosse di divertente, cosa procurasse quel riso.
La sfera interrogata rispose loro che lei era stata accudita dal Divin Codino.
Le altre un po’ sorprese chiesero subito delucidazioni su chi fosse questo giocatore.
Lei non fece nomi, si limitò a raccontare una storia.
Di un ragazzo timido partito da Caldogno, Vicenza, e giunto a Firenze.
Di una città che lo amò in maniera incondizionata e della fine tragica di quell’amore.
Del passaggio a Torino, sponda bianconera.
Del vagabondare del ragazzo timido, ormai uomo, per mezzo stivale.
Milan, Bologna, Inter.
Senza riuscire mai a sentirsi realmente a casa.
Elegante ma atipico e quindi di difficile collocazione in un campo di calcio, secondo gli allenatori italiani.
Gitano del pallone nostrano, messia del calcio italiano.
Errante, il Don Chisciotte pallonaro.
Aveva promessa alla sua Dulcinea, la palla, di accudirla sempre e quindi era in cerca di un’isola felice che capisse che la vittoria non può essere sempre il fine ultimo.
Che prima si deve conseguire il bello, il risultato dopo vent’anni potrebbe essere solo un numero su di un almanacco.
Se però riesci a entusiasmare, a far sognare, a travalicare l’ordinario quotidiano forse sarai ricordato in eterno.
Puoi raggiungere l’immortalità nei ricordi.
La vera salvezza.
Il pallone di C.Ronaldo interruppe la sfera dicendo che le favole sono per bambini e loro avevano da decidere su cose serie, cose da grandi.
Per tutta risposta venne sgonfiato con uno spillo, come si fa con i boriosi, con i poveri di spirito.
La narrazione poté proseguire, l’esempio pose fine a qualsiasi velleità di brusio.
La palla di Maradona che riusciva a capire più di tutte le altre di cosa si stesse parlando chiese, perché presa dal racconto, di continuare nella storia.
Voleva sapere come finisse, voleva sapere se l’isola felice fosse stata trovata, se l’immortalità della memoria fosse stata raggiunta.
La storia riprese, si parlò di uomo che era riuscito a capire il Don Chisciotte, a rassicurarlo.
Mazzone, in arte Carletto, romano verace che riuscì a far proseguire la gioia per qualche altro anno.
Mise, l’ormai uomo di Caldogno, al centro della sua idea di calcio.
Sede del miracolo Brescia.
Creò una squadra molto sparagnina che si sacrificava per permettere al Divin Codino di strabiliare.baggiobrescia
Per consentire alle domeniche di essere davvero giorno di culto, un culto pagano.
I cui adepti, non devono inginocchiarsi per paura di un Dio vendicativo, ma gioire a testa alta della bellezza.
La bellezza che risiede ovunque se l’occhio è allenato a scovarla e non è da nessuna parte se la brutalità della vita riesce a prendere il sopravvento.
Il nostro uomo era uno dei massimi esponenti di questo credo gioioso.
Brescia centro mondiale del possibile.
Si racconta di portieri con il culo per terra, difensori che ancora dopo tanti anni cercano il pallone e di persone che dopo quel periodo hanno smesso di andare allo stadio, sapendo che dopo aver visto quello resteranno per sempre deluse.
Amareggiate dallo scorrere del tempo che logora anche i più grandi, grate però di aver potuto assistere a quel prodigio.
La storia finì, calò il silenzio al conclave dei palloni.
Solo quello di C.Ronaldo continuava a borbottare anche da sgonfio.
Tutti si chiesero se era una favola o una storia.
Se il tutto era reale o era una parabola per dare un insegnamento.
La palla che queste cose le aveva davvero vissute pianse, pianse perché si ricordava di quando da giovane aveva filato per quel rettangolo d’erba nel bresciano sapendo di essere invincibile.
Perché da giovani ci sentiamo immortali.
Le fu chiesto chi era questo calciatore, di chi stesse parlando.
Tra i singhiozzi, che le rallentavano le parole bisbigliò…
Baggio, Roberto Baggio.
Auguri in ritardo, 49 anni iniziano ad essere un certo numero.
Ma a dire il vero lo scorrere del tempo per un immortale è un concetto superfluo.

Giulio A. Mignini