Lo spazio della congettura è uno spazio a rizoma. Il rizoma è fatto in modo che ogni strada può connettersi con ogni altra. Non ha centro, non ha periferia, non ha uscita, perchè è potenzialmente infinito.  Il labirinto della mia biblioteca è ancora un labirinto manieristico, ma il mondo in cui Guglielmo si accorge di vivere è già strutturato a rizoma: è strutturabile, ma mai definitivamente strutturato (Umberto Eco, Postille a “Il nome della rosa”, 1983)

La semiotica, o teoria dei segni, è un metodo di analisi dei principali fenomeni culturali, che deriva dalla filosofia del linguaggio di Wittgenstein, dallo Strutturalismo francese di Levi Strauss e dai formalisti russi. La premessa teoretica è che la vita sociale (come ogni cultura) debba essere considerata nel suo insieme un fenomeno di comunicazione, fondato sul linguaggio. La lingua è il codice che stabilisce il rapporto tra un significante e il suo significato, tra un simbolo e il suo referente, nonchè l’insieme delle regole di combinazione tra i diversi significanti.  Ogni segno linguistico viene quindi inserito nella “struttura” del messaggio, che si presenta come un complesso sistema di relazioni. La natura di tali relazioni, che determina il messaggio nella sua funzione prevalente, è influenzata dalle “pre – comprensioni” sedimentate nel linguaggio, cioè da un apparato di regole, convenzioni ed evidenze che provengono dal contesto storico, sociale e familiare.

Secondo Eco, la conoscenza è un atto fondamentalmente interpretativo, personale, ermeneutico, condizionato dagli orizzonti storici del sapere. 

La verità è dialogo, tra passato e presente, tra interpretante e interpretandum, tra lettore e testo, un processo aperto, continuo, potenzialmente infinito. Non si tratta di una libertà anarchica, ma condizionata, vincolata al testo stesso, che, come sottolinea Eco, non autorizza tutte le interpretazioni. Questo percorso deve condurre a quella Horizontverschmelzung, o fusione degli orizzonti, tra passato e presente e tra diverse prospettive interpretative, di cui parla il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer. 

Scrive John Barth, nel suo saggio “La letteratura della pienezza” (1980), che “Il mio scrittore ideale post- moderno non imita e non ripudia né i suoi genitori novecenteschi né i suoi nonni ottocenteschi. Ha digerito il modernismo, ma non lo porta sulle spalle come un peso…Questo scrittore forse non può sperare di raggiungere o commuovere i cultori di James Michener e Irving Wallace, per non parlare degli analfabeti lobotomizzati dai mass media, ma dovrebbe sperare di raggiungere e divertire un pubblico più vasto del circolo di quelli che Thomas Mann chiamava i primi cristiani, i devoti dell’Arte… Il romanzo post-moderno ideale dovrebbe superare le diatribe tra realismo e irrealismo, formalismo e contenutismo, letteratura pure e letteratura dell’impegno, narrativa d’elite e narrativa di massa..”. 

Ecco, Umberto Eco è stato un po’ tutto questo, ha saputo interpretare meglio di ogni altro lo spirito del Postmoderno e la fine delle grandi narrazioni, tra erudizione e divertimento, citazione e disimpegno, ironia e gusto per il paradosso, senza mai rinunciare alla ricerca di una verità sempre più incerta e provvisoria. Di lui restano molte opere, e tantissimi saggi, ma, come amava scrivere, Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Giulio Aronica