“Chi disse preferisco aver fortuna che talento percepì l’essenza della vita, la gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita, terrorizza pensare che sia fuori controllo, a volte in una partita la palla colpisce il nastro, e per un attimo può andare oltre, o tornare indietro, con un po’ di fortuna, va oltre, e allora si vince, oppure no, e allora si perde” (Woody Allen, “Match Point”, 2005)


“Se Dio non esiste, tutto è permesso!”, esclamava uno dei personaggi di Dostoevskij; in effetti, l’etica moderna, liberata da ogni fondamento metafisico, sembra appellarsi prima di tutto alla nostra coscienza, alla nostra responsabilità, per cui la libertà, che per i greci aveva un valore eminentemente politico, nel pensiero contemporaneo diviene fondamento dell’essere.marie-spartali-stillman-antigone-from-antigone-by-sophocles
Kant postulava la libertà come condizione necessaria per l’etica, e distingueva tra imperativi ipotetici (le leggi dello Stato), che subordinano un’azione ad un fine dato ed arbitrario, e l’imperativo categorico, che indica un dovere per il dovere di natura puramente formale. Proprio i greci nelle loro tragedie avevano compreso questo problema, quando l’Antigone di Sofocle (in foto il celebre quadro di Marie Spartali Stillman) si rifiuta di obbedire alle leggi della polis che impongono di lasciare insepolto il fratello che ha mosso guerra alla città.

La “morte di Dio” annunciata da Nietzsche, ovvero la pretesa del pensiero occidentale, dal tomismo all’hegelismo, di spiegare il destino dell’uomo alla luce di un sapere stabile, assoluto e definitivo, ha prodotto “uno strappo nel cielo di carta”, che Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal” rappresenta attraverso il contrasto tra Oreste, l’eroe classico, forte e sicuro, che si muove sotto un cielo stellato e continuo, fondato su valori riconosciuti e condivisi, e Amleto, l’eroe moderno, complesso, contraddittorio e problematico. Nella “Ginestra“, il fiore del deserto che, alle pendici del Vesuvio, resiste con coraggio e dignità all’avanzare ineluttabile del nulla, Leopardi irride le “magnifiche sorti e progressive” invitando gli uomini alla solidarietà, ad unirsi, a confortarsi dinanzi alla tragicità dell’esistere. Davanti al pallido meriggio estivo delle Cinque Terre, battuto dal vento, la poesia di Montale cerca invece la traccia di uno “sterile segreto”, di qualche “prodigio fallito”, un “varco”, una “maglia rotta nella rete che ci stringe”, ma può solo riconoscere il “male di vivere”, la radicale solitudine dell’uomo nella natura e nella società,“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

Vogliamo concludere questo breve viaggio con due immagini tratte da “La giornata di uno calvino italo (3)scrutatore” (1962), un breve racconto di Italo Calvino, in cui ripercorre la giornata da scrutatore trascorsa nell’istituto psichiatrico del Cottolengo. Davanti alla crudeltà di quello spettacolo di sofferenza ed emarginazione, crolla l’armatura ideologica iniziale dell’autore: il male non è solo sociale, ma insito nelle leggi della natura, e solo il caso l’ha reso una persona normale e consapevole.
Qual è allora il senso della storia e il ruolo dell’uomo al suo interno? In mezzo a tanto dolore, Calvino ci regala l’immagine di un uomo, che, pur senza braccia, cosciente dei limiti imposti dalla sua condizione naturale, “sa far tutto da solo”, e quella di un padre che porta le mandorle al figlio gravemente malato, simboli universali di dignità e solidarietà umana, e forse, di un’etica possibile per il nostro tempo. 

Chissà.

Giulio Aronica