“Entrando in uno spazio architettonico le persone dovrebbero provare una sensazione di  armonia, come se stessero in un paesaggio naturale.”                                                                   Zaha Hadid

Circa una settimana fa a causa di un arresto cardiaco si spegneva Zaha Hadid, lasciando un vuoto, a quanto pare incolmabile, nel panorama odierno degli architetti. Scrivo “a quanto pare” non con tono sarcastico, ma solo perchè mi sono meravigliato molto di tutto il clamore che abbia suscitato su internet la sua scomparsa, con toni sensazionalistici anche dai suoi detrattori o ancora peggio da chi non conosce neanche un suo elaborato; ma sappiamo anche che oggi, purtroppo, celebrare la morte altrui è diventato ormai un gesto automatico, giusto per potersi sentire parte di quel flusso che è la rete dei vari social.  Per quanto mi riguarda non ho voluto prendere parte al suddetto “teatrino” perchè non conoscevo molto dell’architettura e dell’architetto in questione; durante la mia carriera universitaria mi sono imbattuto poche volte nei suoi progetti e francamente posso affermare che il decostruttivismo, del quale Zaha Hadid insieme a Frank Gehry sono i massimi esponenti, non zaha-hadid-cè una corrente che mi attiri molto. Detto ciò, devo comunque constatare che non si finisce mai di imparare e che spesso sono proprio i fatti come questi (scrivere un articolo su un argomento che non si conosce molto bene) che portano ai risultati più inaspettati. Perdonatemi la premessa, adesso parliamo un pò di Zaha Hadid: irachena d’origine, laureata a Beirut in matematica nel 1972, si traferisce a Londra dove si diploma alla Architectural Association e nel 1977 entra a far parte dell OMA di Rotterdam a fianco di Rem Koolhaas, altro grande decostruttivista del nostro tempo.  Nel 1980 fonda a Londra il suo studio di architettura e i suoi lavori le valgono l’assegnazione del Pritzker per l’architettura nel 2004, e dello Stirling nel 2010 e nel 2011. La signora in questione è stata la prima donna a ricevere l’ambito nobel per l’architettura, anche se secondo chi scrive, prima di lei un altra donna se lo sarebbe meritato: era italiana e si chiamava Gae Aulenti; tutto ciò senza nulla togliere a Zaha.
Oltre a progettare numerosi edifici nei 5 continenti, ha insegnato in prestigiose università di tutto il mondo tra cui la Harvard Graduate School of Design, dove ha avuto la stessa cattedra di Kenzo Tange e presso la Facoltà di Architettura dell’University of Illinois di Chicago, dove ha insegnato Sullivan. Ovviamente dagli anni ottanta è stata anche docente presso la Architectural Association di Londra. 

Supremus_-56L’architettura di Zaha Hadid ha ricevuto molte critiche: per molti essa incarna i peggiori impulsi dell’esuberanza odierna perchè spesso cede al virtuosismo scultoreo invece di soffermarsi sulla logica; perchè pensa all’estetica invece di pensare alla razionalità. Dunque “la forma segue la funzione” e “less is more” sono due massime che non possono essere prese in considerazione guardando le sue architetture,  detto ciò bisogna anche tener conto del suo amore viscerale per i costruttivisti russi (la sua tesi “Malevič Tektonik” un progetto di ponte sul Tamigi scaturito dall’analisi delle forme pure dell’artista russo Kazimir Malevič era già allora una dichiarazione d’intenti). Ha inoltre sempre dichiarato a chi le faceva notare che le proprie architetture non avessero linee rette o intersezioni di linee a 90°, ma solo curve (risultato spesso di complesse funzioni matematiche) che la sua vita non era riconducibile ad una griglia, e che preferiva rifarsi ai paesaggi naturali, dove regna “un caos che però tutti trovano rilassante e piacevole.”  Dunque, in conclusione, un architetto, ma soprattutto un gran bel personaggio, che non conoscevo e sul quale mi ero fatto un’idea sbagliata. Adesso potrei anche scrivere qualcosa su di lei, ed ora che se n’è andata, posso affermare senza alcun dubbio che abbiamo perso una grande personalità, che all’autore dell’articolo manca già un po’.

Niccolò Bargagli