Chi è El Trinche CarlovichNessuno e tutti noi.
È il bambino che tutti vorremo tornare ad essere per un istante, il sogno puro da cui ci ridestiamo scontrandoci con gli obblighi del quotidiano.
È stato un signor nessuno, il più grande Signor Nessuno di tutti i tempi.
L’unica cosa cera è il suo essere Argentino, precisamente Rosarino.


Rosario ha i dato i natali anche al calciatore più forte del nuovo millennio, Lionel Messi, e al rivoluzionario per antonomasia del passato millennio, Ernesto “Che” Guevara.
Se El Trinche avesse giocato negli anni ’30, ’40 o ’50 sarebbe stato immortalato in molte foto e qualche video, sarebbe stato raccontato dai più grandi Relator rioplatensi.
Il telecronista a quelle latitudini viene chiamato così e anche in questo in quanto a dolcezza e poesia non sono secondi a nessuno.

Parola rotonda che non offende l’orecchio, se lo ingrazia. Aedo moderno, ogni grande gesto ha bisogno del suo cantore.

El Trinche però nacque nel ’49 e quindi giocò quando il calcio argentino a livello professionistico provava a conformarsi agli standard che dettava l’europa.
Vigeva la mentalità Resultadista, basta ghirigori e vediamo di portare a casa qualche trofeo a livello di nazionale.
El Trinche non poteva emergere in un calcio sempre più fisico, dove l’estro doveva essere finalizzato al risultato, non poteva più essere fine a se stesso.

Questo almeno è quello che si pensava a livello di Federazione Argentina, i massimi vertici in tutti i campi difficilmente hanno il polso di quello che davvero vuole la gente, il popolo.
L’argentino ancora pensava alla Nuestra, a quel calcio espressivo e dannatamente malinconico, fatto di palomite, rabone, biciclete.

Con la nuestra intendono identificare il loro modo di giocare al calcio, è una fiera presentazione di se stessi.
La rabona non serve solo per estromettere dall’azione un giocatore avversario, deve deliziare una platea. Farle scordare la tristezza del giornaliero, almeno per quei dannel-trincheati ’90 minuti, poi certo tutto ritorna alla bieca normalità.

Non è un caso che quando giocava El Trinche Carlovich nel Central Cordoba, la terza squadra di Rosario, il prezzo del biglietto variava in base alla sua presenza o meno in campo.
Una volta si racconta che l’arbitro lo espulse e il pubblico iniziò a urlare maledizioni di ogni tipo ma non rivolte all’arbitro.
Erano rivolte alle forze cosmiche che regolano il mondo, cercavano di esprimere quella rabbia che attanaglia i bambini quando qualcosa non va come previsto.

Non lo comprendono, si disperano perché non ci sono parole per esprimere la delusione che provoca il male e la cattiveria e loro non comprendevano che li si volesse privare del Trinche.

L’arbitro comprese e rinfoderò il cartellino e permise che lo spettacolo riprendesse per il tempo rimanente previsto.

Il pubblico richiedeva a Carlovich le giocate dagli spalti.
Se uno potesse tornare nella Rosario degli anni ’70 sentirebbe gridare, “Trinche, el doble!”.
E sarebbe davanti alla richiesta di un tifoso che vuole vedere solo il marchio di fabbrica del Trinche Carlovich: il doppio tunnel.

Faceva un primo tunnel all’avversario con l’interno del piede e poi, aspettando che il malcapitato accecato dalla rabbia tornasse a farsi sotto, lo irrideva con un secondo tunnel con l’esterno del piede.

Questo era il doble. Si pagavano biglietti per vedere queste cose.
Nella logica calcistica europea, tutto questo è inconcepibile.
Perché rallentare l’azione con un secondo tunnel quando l’avversario è stato già estromesso dal gioco? È la prospettiva che cambia, la latitudine diversa pretende diversi comportamenti.

Ci deve essere qualcosa di diverso nell’aria. Il corteggiamento dei loro sensi viene prima della brutalità di un gol.
Una rabona o un tunnel sono fonte di piacere e in una vita così magra di soddisfazioni, forse non hanno tutti i torti.

Per comprendere al meglio cosa e chi fosse El Trinche basta leggere un’intervista a Cesar Luis Menotti, selezionatore della nazionale argentina per il mondiale casalingo del 1978.

La tecnica che possedeva lo rendeva totalmente differente. Accarezzava letteralmente la palla. Da questo punto di vista non gli mancava nulla. Chissà forse non era accompagnato da altrettante doti fisiche o forse non ha mai avuto davvero qualcuno che lo guidasse o consigliasse adeguatamente. O forse, semplicemente, il calcio professionistico lo annoiava e preferiva giocare a suo modo e dove voleva lui”.

Le parole di Menotti, rosarino anche lui, sono confermate dal Trinche in perstrinche -giovaneona che quando un giornalista gli chiese come si sentisse a non essere arrivato, replicò…
Cosa vuol dire arrivare? Io volevo solo giocare a pallone e stare con le persone che amo…e le persone che amo vivono tutte qui, a Rosario”.


Questo modo scanzonato e passionale di prendere di petto la vita lo ritroviamo anche in un’altra abitudine rioplatense.
Non è frutto di casualità che tutti gli argentini abbiamo un soprannome che viene affibbiato loro da bambini e se lo porteranno dietro per tutta la vita. Non cambia per i calciatori argentini, sentiremo parlare del Flaco, del Negro, del Pelusa, della Brujita, del Fideo, del Jardinero, del Cholo, del Pocho, del Pipita, del Mudo, del Valdanito, del Tanque, del Pitu, del Papu, del Tranctor, del Culo de piombo, del Burrito, del Conejo, improbabili eroi post-moderni.

Gli argentini compiono più o meno inconsciamente una dichiarazione d’intenti sulla loro visione del mondo perché, prendendo in prestito Konrad Fiedler e
il suo Sull’origine dell’attività artistica,

…Si deve riconoscere sinceramente che l’uomo, per giungere a ciò che si chiama conoscenza del mondo, deve costruirsi prima parole e concetti, e che egli, quando edifica il mondo oggettivo davanti al suo spirito conoscente, non solo esegue la costruzione, ma fabbrica anche il materiale di essa. […] Dopotutto il senso che il fatto meraviglioso della lingua possiede non è quello di significare una realtà, ma quello di essere una realtà…

quindi “el culo de Piombo”, Abel Balbo, “el Pipita”, Higuain figlio del Pipa, “la Brujita”, Veron figlio del Bruja sono il calcio argentino non solo perché eccelsi in quest’a
rte ma proprio perché lì chiamano Brujita e non Veron, Pipita e non Higuain, perché da quelle parti Simeone è il Cholo.

Tornando al nostro Trinche nell’aprile del 1974 la nazionale argentina, in vista dei mondiali tedeschi del ’74, disputò un’amichevole a Rosario contro una rappresentativa cittadina.
Si pose subito inevitabilmente un grosso problema, come scegliere i giocatori.
Perchè a Rosario ci sono due squadre, il Rosario Central ewell’s Old Boys.il N
Una squadra è composta da undici titolari e questo avrebbe portato a premiare una delle due compagini con un giocatori in più tra i titolari di quella partita.

Questo in Argentina può creare dei problemi.
Per fortuna c’era El Trinche che giocava nel Central Cordoba e tutta la polemica rientrò.
La rappresentativa rosarina avrebbe avuto cinque giocatori del R
osario Central, cinque del Newell’s Old Boys e lui, il màs amado nella Rosario degli anni ’70.

Di norma quando le rappresentative nazionali disputano amichevoli pre-mondiali vincono tanto a poco. Ci si aspettava la stessa cosa quel giorno, non si era fatto i conti con il signor Carlovich.
Alla fine del primo tempo la squadra di Rosario vinceva tre a zero.
El Trinche mattatore con gol e assist, l’allenatore della nazionale argentina andò dall’allenatore avversario e gli chiese di sostituirlo.
Non poteva accettare di perdere dal Signor Nessuno.
El Trinche fu sostituito e la partita finì tre a unotrinche-anziano.


Se ne raccontano tante sul suo conto, non tutte per forza vere, diciamo verosimili. Come quando, alla vigilia del mondiale del ’78, Menotti lo invitò raggiungere la nazionale in ritiro a Buenos Aires.
Si dice che El Trinche partì da Rosario alla volta della capitale ma si dice anche che durante il viaggio trovò un fiume pieno di pesci, si fermò a pescare e poi tornò indietro.
Lui stesso ammette che non tutto quello che si dice sul suo conto sia
vero,

Hanno inventato molte cose su di me. Alcune sono vere, altre no.
Se vi ricordate qualcosa, significa che uno è vivo.
Che uno è entrato e ha giocato. Si è divertito”.

Maradona, quando andò a giocare cinque partite prima del mondiale americano del ’94 a Rosario con la maglia del Newell’s Old Boys, omaggiato da un giornalista come il più forte giocatore che avesse giocato per un club rosarino negò subito, affermand
o che il più forte era stato senza dubbio El Trinche Carlovich.

Non so se sia stato il più forte, sicuramente allietò le domeniche di una generazione di amanti di calcio a Rosario senza chiedere niente in cambio se non l’amore di una città e qualche pesce da pescare.

“E’ SEMPRE MEGLIO FAR CORRERE LA PALLA, LA PALLA NON SUDA”. Roberto Baggio

Giulio Mignini