L’avevamo già previsto su questi lidi (leggasi “L’anno che verrà”, 15/12/2015, e “Dieci domande e qualche risposta sulle elezioni”, 22/6/2016): Renzi, dopo le amministrative, ha perso malamente anche il referendum costituzionale rassegnando le dimissioni.

L’analisi del voto è abbastanza impietosa (il SI ha prevalso di poco solo in Toscana, Emilia Romagna e nella provincia autonoma di Bolzano), quindi ci pare più interessante capire come sia stato possibile che chi a buon ragione era considerato appena due anni fa l’astro nascente della politica italiana abbia dilapidato così rapidamente il suo capitale.

1) It’s economy, stupid.  Renzi ha raccontato un paese fatto di merito, eccellenze e opportunità per tutti. Le Leopolde, organizzate a Firenze, sono popolate da personalità provenienti dal mondo dell’imprenditoria, delle professioni, della cultura e dello spettacolo. L’ottimismo di governo, suffragato da un profluvio di slides, tweet e interviste televisive, è stata l’arma retorica fondamentale del suo discorso pubblico. Probabilmente, Renzi aveva scommesso su una ripresa economica ben più sostenuta quando decise di sostituire Enrico Letta a Palazzo Chigi. La verità è che non è mai arrivata. 

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2) L’isolamento politico.  Renzi ha litigato con i sindacati, la scuola, i magistrati, la Chiesa, Legambiente, Libertà e Giustizia, l’Anpi, i centri sociali, D’Alema, Grillo, Berlusconi e Salvini. Come ha scritto giustamente qualcuno, mancava solo il Dalai Lama. 

3) La questione meridionale. Renzi si è completamente dimenticato del Sud, salvo ricordarsene durante la campagna elettorale, con promesse inverosimili (il Ponte sullo Stretto), e declinate tutte al tempo del futuro. Nella sua squadra di governo, non c’è un solo ministro di origini meridionali, fatta eccezione per Alfano, che non è neppure iscritto al PD. Nel frattempo, è riuscito a litigare con gli unici due personaggi minimamente influenti  del Mezzogiorno, il governatore della Puglia Michele Emiliano e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. I meridionali non potevano che ricambiarlo con una sonora pernacchia. 

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4) La questione generazionale.  Un premier di 40 anni che spopola tra i pensionati e ottiene il voto di appena un giovane su tre dovrebbe porsi qualche domanda. E’ evidente che non si può scaricare solo su Renzi la colpa dell’elevata disoccupazione giovanile, ma si fa fatica a capire quanto il famoso Jobs Act (con la relativa esplosione dei voucher) e il bonus di 500 euro per i 18enni abbiano impattato positivamente sul senso di precarietà e insicurezza diffuso tra gli under 35. Un’intera generazione vive di lavori saltuari, sottopagati e a bassa contribuzione, e non tutti hanno una famiglia pronta a mantenerli. Pochissimo è stato fatto inoltre per le partite IVA a basso reddito (anzi, la prima mossa di Renzi appena salito al governo è stata quella di confermare la stangata di Monti sulla gestione separata INPS e il regime dei minimi). Non sono mancati infine clamorosi autogol, come la ridicola campagna del Fertility Day lanciata dall’ineffabile Ministro della Sanità Beatrice Lorenzin, che ha fatto ridere (o piangere) tutto il paese. 

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5) La politica del ciaone.  In politica, si può anche perdere, ma quello che non si può fare assolutamente è far finta che non sia successo niente. Renzi ha sottovalutato il mediocre risultato delle regionali 2015, l’astensione record in Emilia Romagna, non ha colto i segnali che provenivano dal 30% che votò al referendum sulle trivelle fino a liquidare in pochi minuti la disfatta alle scorse amministrative. La valanga che l’ha travolto domenica sera non era affatto inaspettata, solo che stavolta non ha potuto far finta di niente. 

6) Una segreteria disastrosa. Credere di poter liquidare la forma partito e le sue strutture sul territorio è stato un altro errore clamoroso. Renzi si è reso rapidamente conto di dover fare la campagna elettorale praticamente da solo, cercando di compensare il vuoto organizzativo con una massiccia e ridondante presenza televisiva sulle reti pubbliche e private. Da tempo, il PD  è un partito diviso, disorganizzato, poco presente al Sud e nei luoghi di lavoro, e con una militanza sempre più vecchia. Non si può parlare con le persone solo nel momento di chiedergli il voto.

7) Il fattore Jim Messina. Il grande (para)guru chiamato dagli Stati Uniti ha impostato una campagna dispendiosa e pasticciata; in un primo momento, Renzi ha personalizzato il voto, affermando che in caso di sconfitta si sarebbe ritirato a vita privata; poi, ha cambiato improvvisamente idea e ha puntato tutto sui contenuti della riforma, ma con messaggi talmente demagogici e semplificatori da risultare inefficaci e perfino irritanti; alla fine, ha giocato malamente sulla paura, lasciando intuire che se la riforma non fosse passata sarebbe arrivata la trojka, aumentato lo spread, crollate le banche, etc.. Davanti ad un simile cumulo di bugie e giravolte, anche le buone ragioni della riforma, se c’erano, sono finite sottotraccia, e la gente si è sentita presa in giro. A ragione. 

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8) Renzi è finito? Non è detto. Renzi è ancora il segretario del PD, controlla i gruppi parlamentari e ha una base abbastanza fidelizzata (alla fine, tre elettori del PD su quattro hanno comunque votato SI alla riforma). Non si intravedono inoltre personalità capaci di contendergli la leadership nel partito. Il problema è che quasi 2/3 del paese lo detesta cordialmente, quindi la sua unica possibilità di tornare a dare le carte passa da un ritorno al proporzionale, magari in accordo con Berlusconi. Renzi non deve forzare sul voto anticipato, che in Parlamento non vuole nessuno (il vitalizio scatta solo ai primi di settembre) e rilegittimarsi attraverso il congresso e le primarie. Un cambio di strategia obbligato.

Giulio Aronica