Il primo elemento di riflessione delle elezioni olandesi di qualche settimana fa riguarda l’affluenza; sebbene il turnout degli olandesi sia sempre stato significativamente maggiore della media europea, stavolta la partecipazione è stata davvero altissima, oltre l’80%, superiore alle ultime due tornate, e non paragonabile al trend degli altri paesi dell’Unione, dove la tendenza alla disaffezione e al non-voto è cresciuta esponenzialmente negli ultimi 50 anni. L’affluenza così alta ha sicuramente favorito i liberali del premier uscente Mark Rutte, decisamente sottostimati dai sondaggi, e danneggiato la destra euroscettica e xenofoba di Gert Wilders, che ha aumentato i suoi consensi, ma non è riuscita nello storico sorpasso, penalizzata probabilmente dalle sue posizioni sull’uscita dall’Euro che hanno spaventato le tasche di molti cittadini.

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L’altro dato politico che salta subito agli occhi è il tracollo tombale del partito laburista (PvDA), fermo al 5.7%, e passato da 38 seggi a soli 9, cannibalizzato dai liberaldemocratici (D66) e dai sorprendenti Groenlinks, la sinistra ecologista guidata dal giovane leader di origini marocchine Jesse Klaver (un altro segnale contro Wilders?). La “pasokizzazione” del principale partito di centrosinistra olandese è un’altra puntata del lento ma inesorabile declino della socialdemocrazia in Europa. Ottima prova dei centristi (CDA) e dei socialcomunisti (SP). 

A livello territoriale, la mappa del consenso è più prevedibile della vigilia, con il partito del premier Rutte che prevale nel sud, sfondando anche in alcune aree del centro-nord, mentre è piuttosto forte la correlazione tra i consensi persi dai laburisti e l’exploit dei verdi, concentrato soprattutto nel nord del paese. Più variegato il panorama nelle grandi aree urbane, con i Groenlinks che risultano essere il primo partito nella capitale Amsterdam, e il Partito della Libertà di Wilders che vince a Rotterdam, la seconda città dell’Olanda. 

Sul piano della governabilità, il sistema proporzionale secco non consegna a nessun partito la maggioranza assoluta di 76 seggi necessaria per formare l’esecutivo, e l’elevata frammentazione uscita dalle urne porterà per la prima volta un governo quadripartito, fondato verosimilmente sull’asse tra i tre partiti moderati e liberali (VVD, CDA, D66), e la desistenza di qualche partito minore. Resteranno fuori con ogni probabilità laburisti, verdi, comunisti e l’estrema destra di Wilders, che pure si era offerta di entrare in maggioranza. 

L’Olanda, i cui tassi di crescita, giova ricordarlo, sono attorno al 2% del PIL mentre la disoccupazione è prossima a scendere sotto il 5%, non ha voluto salti nel buio, e si è affidata all’usato sicuro, nonostante la paura crescente dell’immigrazione legata al terrorismo islamico. Per l’estrema destra, è la seconda sconfitta dopo quella maturata al ballottaggio delle presidenziali austriache, ma non una debacle (Wilders in verità guadagna voti e seggi rispetto alle politiche del 2012, mentre i liberali ne perdono ben otto). La Francia a breve e la Germania dopo l’estate saranno decisive per capire se il cosiddetto “fronte lepenista” ha davvero raggiunto una vocazione maggioritaria, oppure dovrà fare i conti con un oggettivo ridimensionamento delle proprie ambizioni. La socialdemocrazia soffre invece la sua ennesima debacle, spolpata dai partiti ecologisti e dalla sinistra radicale, ed incapace di costruire uno spazio politico autonomo e leadership minimamente accattivanti. L’unica eccezione potrebbe essere Martin Schulz in Germania, ma la sua sfida alla Merkel resta in salita… Questa, però, è un’altra storia…

 

Giulio Aronica