“Sta tutto nell’idea che la finzione possa comunicare agli spettatori qualcosa in più rispetto al documentario. Usando la finzione, ho potuto mostrare vari aspetti di ciò che accadde a Dunkerque in modo più efficiente e con più chiarezza emotiva di quanto avrei potuto fare se mi fossi attenuto ai semplici fatti”

La carriera di Christopher Nolan è costellata di grandi successi commerciali (Memento, The prestige, Il cavaliere oscuro, Inception, Interstellar), qualche riconoscimento e parecchie critiche da parte di un pezzo della stampa specializzata che l’ha sempre snobbato considerandolo un furbo regista di Blockbuster ben confezionati e pubblicizzati. Questo scontro di opinioni si estende anche in rete, dove la schiera dei suoi fan e detrattori è ben nutrita, e riguarda naturalmente anche la sua ultima opera, “Dunkirk”. Se Todd McCarthy di “The Hollywood Reporter” ha definito il film “un capolavoro impressionista”, Peter Bradshaw di “The Guardian” ha dato al film cinque stelle su cinque, giudicandolo il migliore di Nolan, e Peter Travers di “Rolling Stone” ha addirittura scritto che potrebbe trattarsi del “miglior film di guerra mai realizzato”, il nostro Goffredo Fofi sull’ “Internazionale” l’ha stroncato come “guerrafondaio, brutto e detestabile”.

Chi vi scrive ritiene che l’equivoco di fondo risieda nel considerare “Dunkirk” come un film di guerra, con tutte le convenzioni e gli accessori del genere; pur raccontando la disfatta degli inglesi, costretti ad evacuare il proprio esercito con mezzi di fortuna, “Dunkirk” vuole essere soprattutto un’esperienza visiva e sonora da gustare sul grande schermo (è significativo che Nolan l’abbia girato su pellicola 65 mm Imax, senza sfruttare il digitale), e, in seconda battuta, un thriller teso, angosciante e claustrofobico, strutturato su tre assi spazio/temporali che si intrecciano di continuo: la terra/una settimana, il mare/un giorno, il cielo/un’ora. Con una sceneggiatura ridotta all’osso (a cui pare Nolan volesse addirittura rinunciare in principio), “Dunkirk” mostra l’urgenza, l’attesa, la paura e le speranze di ufficiali, soldati e persone comuni, e può considerarsi un’opera matura e compiuta, oltre che tecnicamente riuscita (impagabile il lavoro fatto sul montaggio visivo e sonoro, la musica insistente e tonitruante di Hans Zimmer, le riprese aeree mozzafiato e la fotografia eccezionale di Van Hoytema).

Lontano anni luce dai pensosi dibattiti se la guerra sia espressione della dualità dell’uomo (Full Metal Jacket, La sottile linea rossa), o un male necessario da combattere in nome di un ideale superiore (Salvate il soldato Ryan), Nolan realizza un’opera personalissima e forse inclassificabile, che, rifuggendo da qualsiasi rappresentazione retorica (positiva o negativa) del conflitto bellico, riassume in realtà molti temi centrali della sua filmografia, dall’arte come “prestigio”, finzione e incanto (The Prestige), alle suggestioni visive (Inception, Interstellar), dal tempo come durata interiore (Memento, Insomnia) fino all’eroismo della gente comune celebrato nel finale de “Il cavaliere oscuro – Il Ritorno” (“Chiunque può essere un eroe, anche un uomo che fa una cosa semplice e rassicurante, come mettere un cappotto sulle spalle di un bambino, per fargli capire che il mondo non è finito”).

Gli Oscar che “Dunkirk” dovrebbe prevedibilmente ricevere tra qualche mese non sono quindi un altro prestigio di un grande incantatore di serpenti, o la celebrazione narcisistica dell’anima guerrafondaia e interventista della cultura anglo-americana, ma il coronamento di uno stile inconfondibile e di una poetica fortissima, che si avvale sempre di un gruppo di tecnici e professionisti fuori dal comune, e con cui, piaccia o meno, bisognerà fare i conti anche nei prossimi lustri.

 

Giulio Aronica