Come Blade Runner fu profetico nel raccontare una metropoli multietnica, sovraffollata, consumista e battuta costantemente dalla pioggia, così è probabile che il sequel, diretto da Denis Villeneuve, influenzi nei prossimi anni l’immaginario cinematografico, e non solo.

Blade Runner 2049 è sicuramente debitore dell’opera di Ridley Scott (che d’altra parte è il produttore esecutivo del film), ma allarga lo sguardo e gli orizzonti visivi, chiudendo i conti con il passato e portandoci direttamente nella contemporaneità. La Los Angeles di Villeneuve è un metropoli piena di reietti, dove i cambiamenti climatici hanno innalzato drammaticamente il livello del mare, e il cibo tradizionale è stato sostituito dallo junk food; l’agente K (un catatonico Ryan Gosling) è un replicante, ma potrebbe essere uno di noi: senza nome, senza passato, vive da solo in un appartamento che somiglia terribilmente ai loft freddi e anonimi dei nostri giorni, e, per ingannare la propria solitudine, si è fatto costruire un ologramma femminile (la bellissima Ana De Armas), di cui si innamora perdutamente.

E’ proprio il rapporto tra reale e virtuale, tra realtà e replica, a costituire il nodo fondamentale del film, e lo scarto decisivo rispetto all’originale; Villeneuve racconta un mondo dove la tecnologia ha sostituito il contatto umano, e il valore della vita ha perso qualsiasi significato, tanto che la creazione non è un atto d’amore, ma un gesto meccanico, i figli nascono in provetta, e, nel caso, possono sempre essere sostituiti. Il regista canadese raggiunge la sua piena maturità artistica e affronta con coraggio e originalità temi difficili (i cambiamenti climatici, il consumismo, l’alienazione e la bioetica), raccontando la storia di un uomo (perché si fa fatica a considerarlo un semplice replicante) alla ricerca di sé e degli altri, dell’amore e della bellezza, della purezza e della semplicità. Impossibile riassumere a parole un finale indimenticabile, dove bastano due piani sequenza per condensare il senso di quasi tre ore di film, e raccontare il destino dell’umanità, il suo bisogno, concretissimo e metafisico insieme, di radici, di calore e affetto.

A livello tecnico, pur conservando le soluzioni di regia dell’illustre predecessore (piano sequenza, macchina in soggettiva, lenti zoom in avanti), Blade Runner 2049 allarga l’immaginario del primo film (memorabile la ricostruzione di San Diego e soprattutto quella apocalittica e postnucleare di Las Vegas), ed è impreziosito dal lavoro impagabile condotto sulla fotografia da Roger Deakins, che alterna bianco, grigio, giallo ocra e rosso in maniera perfettamente funzionale al racconto. La musica, diretta da Hans Zimmer, è molto lontana dalle note malinconiche e sognanti di Vangelis, e diventa insistente e ossessiva, quasi a sottolineare la sensazione di essere immersi in un universo opprimente e claustrofobico. Il cast è ricco di figure femminili (tutte molto convincenti), e la prova di Ryan Gosling ricorda per intensità quella del taxista di “Drive”; non può mancare una menzione speciale per l’eterno Harrison Ford, che recita una mezz’ora di altissimo livello, ritrovando il suo Deckard ormai stanco e invecchiato. La sceneggiatura resta probabilmente il vero tallone d’Achille del film, con dialoghi spesso non all’altezza della sua magnificenza visiva e filosofica, e un intreccio che risulta a tratti forzato e decisamente farraginoso. La lunghezza (forse eccessiva) ovviamente non aiuta, anche se questo Blade Runner 2049 resta l’ultimo, estremo tentativo (per quanto non impeccabile) di recuperare la purezza del cinema delle origini, il cinema come sguardo e pensiero, e non solo come racconto per immagini.

La coraggiosa riflessione di Villeneuve, che potremmo considerare quasi metacinematografica, sullo statuto dell’immagine, sul suo rapporto con la realtà, e sulla solitudine paradossale dell’uomo moderno in un mondo sempre più mediale, informatizzato e interconnesso, forse susciterà gli sbadigli dei più, ma è cinema con la C maiuscola, e ne fa un film, nella forma e nella sostanza, assolutamente all’altezza del capolavoro di Ridley Scott.

 

Giulio Aronica