Mel Brooks è stato un irriverente regista degli anni 70′, capace come nessun altro di parodiare i generi classici del cinema hollywoodiano, con pellicole che sono passate alla storia, come “Per favore, non toccate le vecchiette”, “Frankenstein Junior” e “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”. Ecco, pare che l’ineffabile Ryan Johnson, regista e sceneggiatore sconosciuto ai più fino a ieri, abbia voluto rendergli omaggio, girando, con l’inestimabile collaborazione della Disney, un remake di “Balle Spaziali”.

Il secondo episodio della nuova trilogia di Star Wars inaugurata da J.J Abrams, “Gli ultimi Jedi” (e speriamo prendano davvero in parola il titolo del film), viene spogliato sin dalle prime battute di qualsiasi tensione drammatica, e prosegue accumulando inseguimenti, sparatorie e colpi di scena scontati e prevedibili. I conflitti interiori e i significati politici delle prime due trilogie, dirette magistralmente da George Lucas, vengono così banalizzati e soppiantati da una linea comica debordante (personificata dall’insignificante ex-attore di sketch comici John Boyega), che scade sovente nel trash e nella comicità involontaria (segnaliamo solo quattro momenti, per carità di patria: la bolsissima ex-principessa Leia che vola come Mary Poppins; Rey che invita Kylo Ren a rivestirsi in un duetto straziante; R2-D2 modello John Wayne in “Un dollaro d’onore”; Leia che commenta con Luke la sua nuova acconciatura).

Bb8 e il suo corrispettivo del Primo Ordine

Tutti gli snodi narrativi, che sapientemente J.J Abrams aveva lasciato irrisolti nell’episodio precedente, vengono ignorati o sviluppati malissimo: i poteri di Rey, cui bastano un paio di serali con Luke per diventare uno dei soggetti più potenti della galassia; non sappiamo chi è, e da dove proviene, il leader supremo Snoke, una specie di Gollum più alto (d’altra parte, anche l’attore è lo stesso che interpretava Smeagol ne “Il signore degli anelli), che vince la Palma d’Oro del villain più inutile della storia del cinema; il Capitano Phasma, che sembra più Capitan Fracassa, compare in un paio di sequenze e poi sparisce nel nulla; il Primo Ordine che non fa paura a nessuno, collezionando figuracce a ripetizione; le motivazioni della conversione al Lato Oscuro di Kylo Ren, che appaiono confuse e poco convincenti.

Il tocco della Disney è esiziale, per una saga che, mescolando generi diversi, era riuscita a fondere in maniera intelligente intrattenimento e cinema d’autore; dal melting pot (dopo l’ispanico e l’afro, c’è anche l’orientale per far contento il mercato asiatico), alle bestioline modello Pixar, pronte ad essere vendute con i salumi in ogni grande magazzino del mondo, fino ai dialoghi talmente infantili da far rimpiangere “La storia infinita”. L’obiettivo dichiarato dei nuovi proprietari della fu Lucasfilm è quello di chiudere i conti con il passato, e costruire attorno al brand “Star Wars” un immaginario completamente nuovo, riconducendo tutta la saga ad un contesto più vicino all’universo Marvel e a quello dei cartoni Pixar (entrambi peraltro di proprietà della suddetta Disney), piuttosto che alle riflessioni fantapolitiche e ai dilemmi esistenziali dei film di George Lucas.

Chi si era esaltato in maniera forse un po’ prematura per il conflitto generazionale tra padri e figli e per i toni dimessi e crepuscolari, vagamente noir, del primo capitolo, dovrà probabilmente ricredersi davanti ad un simile scempio, vuoto, infantile, inutile, scritto malissimo, e recitato peggio.

Un vero peccato, perché la confezione si conferma di alto livello, con riprese e movimenti di macchina da capogiro, un montaggio davvero notevole (soprattutto quelli alternati tra Kylo e Rey), e una fotografia eccezionale, oltre al consueto grande lavoro condotto sugli effetti speciali e il missaggio dei suoni; stavolta però il gioco non vale la candela, e lo sforzo produttivo è decisamente sprecato.

A dir poco inappropriato anche il paragone di alcuni con “L’impero colpisce ancora”, molto più cupo e tragico, e con un colpo di scena che resta nella memoria, diversamente da questo film, assolutamente da dimenticare.

 

Giulio Aronica