Le ultime tre strofe della Canzone di Marinella mi hanno portato a piangere nuovamente, oggi per noi è stata una costante.
La struggente dolcezza dello stornello di De André sembra scritta precedentemente per raccontarti e per raccontare come ci hai lasciato. Per inciso ovunque tu sia ringraziami, nostro dolce ipocondriaco, per averti pensato ascoltando De André.
“Dicono che poi mentre ritornavi nel fiume chissà come scivolavi”, è quello che abbiamo provato stamani. Nello sgomento giungevano meteoriti di parole, fitte, erano fitte dolorose.
Anche te come Marinella mentre tornavi sei scivolato, sul crudo asfalto, ma si sa, la vita è banalmente reale e questo deve bastarci.
Lì si parla poi di un re senza corona, te, oltre alla tua regina, avevi noi e avevi il dannato compito di non lasciarci.
Questo Barga è stato grave,sappilo, e, almeno io, difficilmente te lo perdonerò.
Tornando alla canzone il re non volle creder morta Marinella, perché Marinella non può e non deve morire.
Il dolore del re sta proprio in questo, perché morto un re se ne fa un altro, ma Marinella no, Marinella è unica.
E quindi il re continuò a bussare alla porta non riuscendo a capacitarsi della cosa, e come fare. Lo fece per cent’anni, che sono un tempo limitato, sono d’accordo, ma Nicco prima o poi dovremo raggiungerti tutti.
Te lo giuro, è la prima volta che da ateo convinto, cosa che continuerò ad essere, mi auguro che esista qualcosa.
No, non temere non un banale e piatto paradiso, ma qualcosa si.
Perché mi ricordo ancora cosa mi dicesti una sera da Ciato, non far finta di non capire, Ciato il nostro Castello, d’altra parte si parla di re e regine qui.
Mi redarguisti perché nel discorso era venuto fuori che ero uscito di casa in lite con la mamma, la mia, si intende.
E mi dicesti che con le persone che per ognuno di noi valgono qualcosa si può litigare ma vanno salutate sempre con un abbraccio perché non si sa mai.
Il mio cruccio è tutto qui, non mi ricordo come ti ho salutato.
Venerdì quando ci siamo visti a “Il Covo” non mi ricordo come ti ho salutato.
L’ordinario non si calcola, salutarti era normale.
Doveva essere un arrivederci non un addio.
Continuerò a pensarci in eterno e in eterno non saprò darmi una risposta.
L’unica consolazione che riesco a darmi, fasulla ma ci provo, è che te ci stai aspettando e stavolta starà a noi chiederti “scusa” per averti fatto aspettare.
 
Giulio Mignini