“Buoni edifici, meravigliose rovine.”
  Louis Khan

Credo che la differenza fondamentale tra l’architettura orientale e quella occidentale si possa sintetizzare in questa frase. Un pensiero squisitamente “occidentale”, infatti la dicotomia più evidente tra le due culture è il rapporto dell’uomo con il mondo, che poi si traduce anche nel rapporto tra l’architettura (in quanto prodotto dell’uomo) con la natura stessa. bargaLa religione, la filosofia e la storia hanno pesantemente influenzato un qualcosa che non è propriamente un’arte, dato che dovrebbe rispondere innanzitutto ad un criterio di funzionalità, quindi si potrebbe pensare che anche partendo da concetti opposti dovremmo comunque giungere ad un qualcosa di comune. Nient’affatto. Le differenze, che sono abissali, si possono riscontrare sia nella composizione che nella scelta dei materiali: se ad ovest si è sempre costruito sfidando la natura stessa o cercando comunque di dominarla (attuando una visione antropocentrica tipica delle grandi religioni monoteiste e di tutta la filosofia occidentale) ad est ci si è sempre preoccupati di sfruttarla al meglio e di inserire gli edifici in armonia con essa (rispettando i principi del Buddhismo e dello Shintoismo). Gli architetti ad occidente si sono sempre serviti della pietra, un materiale forte e monumentale, quasi come a voler lasciare una traccia del loro passaggio (e qui entra in gioco la citazione di Kahn con cui ho aperto il discorso) mentre quelli ad oriente hanno spesso prediletto il legno come materiale da costruzione in quanto meno invasivo, ma non per questo meno dignitoso. Anche l’incessante tentativo di verticalità delle architetture occidentali (dalle piramidi alle chiese gotiche fino ai grattacieli) si è contrapposto spesso all’orizzontalità delle architetture orientali (raramente i templi hanno più di due piani, tranne le pagode che ne hanno cinque, uno per ogni elemento dell’universo Buddhista). La mia non vuole essere un’analisi esaustiva dell’argomento, ma solo un breve pensiero personale suscitato dalla lettura di un passo di Munari contenuto nel libro “Arte come mestiere”, dove l’autore racconta di un soggiorno nel quale ha potuto provare l’esperienza di vivere in una casa giapponese, potendone constatare le differenze rispetto alle case nelle quali siamo abituati a vivere noi; e meno che mai un confronto da cui emergono vincitori e vinti.


Niccolò Bargagli